I ricordi di infanzia di Giuseppe
Ci sono storie che non appartengono solo al passato, ma continuano a camminare accanto a noi. Oggi voglio condividere un frammento della infanzia di mio padre:
Dopo la vendemmia
Dopo le ultime operazioni della vendemmia, il lavoro non finiva. La cantina diventava il cuore pulsante della comunità e della vita familiare.
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Il vinello leggero, compagno di lavoro
Dopo la spremitura nel torchio, il mosto veniva immesso in grandi contenitori dove restava a fermentare per alcuni giorni. Si otteneva così un vinello leggerissimo, che in estate serviva come bevanda rinfrescante per gli operai durante i lavori nei campi. Al momento del pranzo tuttavia veniva sempre servito il miglio vino della cantina.
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Le offerte alla parrocchia
Terminata la fermentazione, le uve raccolte venivano spesso pigiate con i piedi. La cantina era visitata dagli incaricati della parrocchia, che raccoglievano mosto come offerta per il vino delle Sante Messe.
Ognuno riceveva un po’ di mosto, ma quando arrivava l’incaricato della Confraternita di San Vito, la quantità era ben più generosa. I volumi venivano trasportati sulle spalle fino al palmento della parrocchia, situato accanto alle grandi botti (capaci fino a 2500 litri), simbolo di prosperità e di buon auspicio.
Era tradizione che gli incaricati portassero in dono i “Santilli”, figurine raffiguranti il santo, che venivano fissate sulla parte frontale delle botti — chiamate “Bottoni” — come segno di protezione e augurio per la riuscita di un buon vino.
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Le vinacce e la loro nuova vita
Sul tetto venivano trasportate le vinacce ad essiccare per svariati giorni.
Il risultato, dopo varie cernite, portava alla separazione dei semi:
una parte era utilizzata come alimento per gli animali da cortile, allevati in quasi tutte le famiglie;
l’altra parte veniva raccolta in sacchi e acquistata in terraferma, dove trovava impiego nel campo dei profumi, dei medicinali e dei saponi.
I raspi, invece, finivano nelle cucine a legna per alimentare il fuoco.
Dalle vinacce si ricavava anche una sorta di carbonella leggera e molto infiammabile, usata per accendere il braciere: un piccolo forno aperto che serviva non solo a riscaldare l’ambiente, ma anche a scaldare il letto prima di andare a dormire o ad asciugare i piccoli pezzi di biancheria.
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Un ciclo che univa la comunità
Ogni scarto della vendemmia trovava un utilizzo. Dai frantoi ai mulini, fino ai panifici, tutta la comunità traeva beneficio da quel lavoro.
La vendemmia non era solo produzione di vino, ma un rito collettivo di economia circolare ante litteram, che insegnava il valore del recupero e della condivisione.
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“Erano tempi in cui nulla si buttava: ogni parte dell’uva aveva il suo destino. E da bambini, noi imparavamo che il lavoro e la solidarietà tenevano unita la comunità.”
— Giuseppe
Ogni stagione custodisce un ricordo, ogni ricordo una storia
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